Crea sito

«

»

Ott 20

Gargagnago, oltre duemila anni di storia

Percorrendo la strada della Valpolicella, guardando le colline si scorge ai piedi di una di esse un gruppo di case ben disposte, dominate da una maestosa chiesa: è Gargagnago che, adagiato a ridosso di una pineta, sembra sia stato posto a godere tutto il sole e l’aria temperata che la natura, tanto benefica, ha donato a questa zona.

Chi vi arriva per visitarlo, si perde fra le mura che sono abbondanti e che danno sì la caratteristica antica e medioevale, ma tolgono la possibilità di vedere la vasta pianura e con un tempo bello e terso, di allungare lo sguardo fino agli Appennini.

 

 

E’ posto in un anfiteatro naturale, con due piccole valli laterali, a sinistra domina su in alto la storica chiesa di San Giorgio Inagannapoltron con il suo quadrato campanile romanico e nell’altra si vede in lontananza un gruppo di case e il campanile di Mazzurega; fra questi due “progni” un bel parco di pini, piante di alto fusto e vigneti che danno tono, colore, tranquillità e nota caratteristica al paesaggio.

Fa parte della zona centrale della Valpolicella, questo nostro paese con un nome così strano, del quale ancora non si è riusciti a conoscerne l’etimologia e la derivazione. Le supposizioni sono tante: insigni storiografi e studiosi che da tanti anni hanno cercato tra archivi e documenti, non sono stati in grado di trovare qualche documento che ne accerti la derivazione. Solo reperti venuti alla luce da scavi eseguiti in vari periodi e località, testimoniano che da tempi molto antichi, questa fertile terra è stata abitata e valorizzata da popoli sconosciuti.

Una fonte, attendibile per la serietà degli studi eseguiti sulla antica pieve di San Giorgio Ingannapoltron, è quella in cui si vuole che Gargagnago sia una forma gallica; e cioè car = pietra e gnago = mercato, cioè qui vi potrebbe essere stato con molta probabilità un mercato locale di pietra, di quelle pietre che si estraevano allora in questa zona.

Nella preistoria i primi abitanti ebbero un insediamento sul piano sopra la pineta; ne fanno testo i pezzi trovati scavando trincee durante la guerra del 1940-45. Essi sono dei cocci di terracotta lavorati, vasellame ed altro materiale che usavano per le loro necessità e il loro lavoro. Ciò fa supporre che una prima comunità deve essere vissuta in quel posto. Di solito i primitivi, come ad esempio erano presenti in altre località montane della Lessinia, per avere una maggiore sicurezza dai possibili attacchi nemici o calamità naturali, si ponevano sempre in posizioni elevate, onde poter meglio dominare, ed avere una più facile difesa.

Naturalmente, allora, tutta la zona era coperta da vegetazione …..

Più tardi, acquistata più sicurezza, sono scesi verso il piano e come si è potuto accertare in scavi fatti in località Pigna, alla profondità di circa tre metri, si sono trovati altri pezzi di terracotta, delle pietre lavorate, utensili, pezzi di pietra per macina, cioè pietre lavorate e scavate in modo da permettere la macinazione del grano o altri cereali, costituite da elementi che nella nostra zona non esistono. Ciò fa supporre che questa comunità provenisse da altre zone portando con sé questo materiale.

Infatti già allora si commerciava in pietre e terracotta e danno testimonianza di questi nostri antenati alcune case ancora esistenti in qualche angolo del nostro paese.

Anche in località Stazione, sempre durante uno scavo, sono stati trovati degli elementi lavorati, (muretto e capitello): testimonianza che già al tempo dei Romani sotto l’attuale strada vi erano delle abitazioni signorili. A Monteleone c’è un cunicolo molto profondo ma non si sa a cosa serviva; altri muri sono stati trovati verso Bure; ormai essi erano sepolti sotto diversi metri di materiale alluvionale. Queste documentazioni trovate purtroppo sono senza nessuna scritta che possa aiutarci ad individuare con esattezza la collocazione storica. Sembra che questi primitivi o quelli che seguirono nei tempi successivi, nel loro continuo peregrinare, si chiamassero “Arusnates” e fossero di origine etrusca.

Del periodo in cui i Romani furono in Verona e territori vicini, ci hanno lasciato mirabili opere che ancora oggi resistono al tempo. Mentre andavano al nord nelle terre da loro conquistate, scoprirono questa bella posizione e ritenendolo il posto adatto per trascorrere il loro tempo libero, ne presero possesso, cominciarono a costruire delle case, forse facendo lavorare gli schiavi e i prigionieri, coltivando i primi terreni, iniziarono delle piantagioni di frutta e vigne, per bere quel buon vino che già avevano assaggiato …. Vi era però il guaio dello scarico del materiale delle due vallette laterali e qualche altro “prognetto” che ad ogni acqua abbondante o alluvione, scaricava gran quantità di ghiaia e detriti, da coprire le fertili terre. Sorsero allora i primi argini e mura di protezione affinché l’acqua dovesse seguire una via obbligata e meno dannosa.

Certamente, in seguito, tali mura, oltre ad arginare il corso d’acqua, segnarono le prime divisioni di proprietà. Necessità di sicurezza e di difesa dalle invasioni o ruberie, obbligarono poi la costruzione di alte mura di cinta e nel nostro paese sono ancora abbondanti.

Progni e sentieri avevano lo stesso percorso, poi modificato con le strade.

Cinte murarie furono e sono confini di proprietà, costituiti da cortili con abitazioni, fienili e stalle, il cui accesso era sempre chiuso da portoni con arco (caratteristici i due del ghetto ed altri simili che fanno parte della struttura caratteristica antica), e tanti altri simili che sono ormai incorporati nei muri, per il sovrapporsi di altre abitazioni, secondo il bisogno e l’aumento della popolazione, mentre dalla parte nord, le colline dovevano essere coperte da fitta vegetazione.

E come sarà stato diviso il terreno al tempo dei Romani? Mancano purtroppo i documenti; e come sarà trascorso il periodo delle invasioni barbariche? Solo verso il 1200 presso archivi di Verona, alcuni documenti testimoniano che molti terreni erano in possesso rispettivamente della Chiesa di S. Giovanni in Foro, del Monastero di Sant’Eufemia, dell’Ordine di Sant’Agostino, di una Marchesa Malaspina, di un Dal Brolo di Verona, e poi tanti altri nominativi che per noi non hanno alcuni interesse, ma che storicamente danno una certa fisionomia del succedersi delle proprietà nei vari secoli.

Nel 1300 il nostro paese sembra abbia avuto la possibilità di ospitare il Sommo Poeta italiano Dante Alighieri, esule dalla natia Firenze, anche allora per questioni politiche. Giunse a Verona nel 1303 – 1304 ospite di Bartolomeo della Scala, insigne membro della Signoria che nel periodo di dominio seppe dare alla nostra città grandezza, magnificenza e anche potenza. Questo nome rimase legalo alla città di Verona denominata Scaligera.

Dante, arrivato a Verona con l’animo esacerbato per l’esilio, lontano dai suoi cari, costretto con umiltà a chiedere asilo alle Signorie allora regnanti, si occupava di incarichi dei quali necessitava un’istruzione superiore … Maturò in questo periodo nella sua mente, in continuo arrovellarsi di speranze e di demoralizzazioni, prepotente e meravigliosa, sublime e vulcanica, quel poema che è rimasto l’opera di Dante più grandiosa e più completa, la “Divina Commedia”, opera che desta ancora oggi in tutto il mondo l’ammirazione e l’invidia di questo poeta e artista sommo.

A Verona sono venuti anche dei familiari, lo incoraggiarono a sperare, ma ogni sua speranza e passione di tornare alla sua Firenze fu vana e il suo peregrinare da una Corte all’altra lo portò a Ravenna ove con tristezza vi morì nel 1321. Dei figli rimasti, Pietro, particolarmente affezionato al padre, che abitava in San Giovanni in Foro, onde onorare la memoria, raccolse tutti gli scritti e, umile assertore della volontà del padre, fece copiare da scrivani con infinita pazienza diverse volte questo poema e lo fece conoscere per mezzo di altre persone colte, amanti della poesia e amici di Dante, a tutta l’Italia, benché divisa in Signorie, Ducati, Contee e rivalità d’ogni genere.

Particolarmente legato ai luoghi cari al padre, come comprovano atti notarili, egli nell’aprile del 1353 acquistò due pezze di terreno in contrada Casal dei Ronchi a cui ne aggiunse altre in seguito.

Dante III, discendente dell’Alighieri, giudice forense con buone possibilità economiche volle acquistare un po’ alla volta quei terreni che il poeta forse ammirò nel suo peregrinare per le terre veronesi, così da documenti notarili databili dal 1477 al 1509 comperò dai proprietari d’allora quelle pezze di terra nelle contrade di Pronea, Ronchi, Montolone, Formigaro, Casanova, Mandolaro, Fossa, Fontana Vecchia, C. Asenello, C. della Croce, Ponteselli, Costa, Sentieri, ecc. (sono tutti nomi di località così chiamate in quel periodo e, attualmente alcuni ancora rimasti).

Da una carta geografica fatta nel 1439 esistente a Venezia, vi è segnato il paese di Gargagnago con una chiesetta … Da chi è stata fatta? Dove era ubicata? Prima del 1300 questo territorio era di proprietà della chiesa di S. Giovanni in Foro o di S. Zeno.

E’ da pensare che già allora sotto quelle giurisdizioni e ordini religiosi si pensò di costruire una piccola cappellina adatta alla poca popolazione di allora, ma dove è ora? Si suppone che dovrebbe essere l’attuale sacrestia, adibita a questo uso, rifacendo gli intonaci e la nuova struttura, quando nella seconda metà del 1800 decisero di fare la nuova chiesa, esistente tutt’ora.

Altre documentazioni che danno una caratteristica di Gargagnago sono le vecchie mura; esse hanno una storia, un passato, che noi per lo più non sappiamo o è stato dimenticato.

Nei secoli scorsi, come paese agricolo è dimostrato che, oltre alla coltivazione delle vigne, frutteti e olivi era organizzato autonomamente per le cose essenziali di prima necessità; infatti, in un seminterrato (ora cantina) secoli addietro vi era un frantoio per l’oliva. Un altro frantoio e mulino azionato da forza cavalli o asini era nello stabile denominato “asilo vecchio”. Esisteva anche un mulino ad acqua (andato perduto), cosa strana per un paese come Gargagnago privo di acqua corrente, ed è per questo che i nostri antenati si sono serviti della sorgente di Urì e, con una lunga canalizzazione in pietra facevano scorrere l’acqua fino al mulino e poi scaricarla nella grande vasca situata nel parco della villa Serego.

Le case del paese formavano corti, come si può ancora vedere a Musatto, Giare e Monteleone, spesso chiuse da portici e portoni come testimoniano i due archi del Ghetto.

Dopo la prima guerra mondiale fu edificata qualche nuova casa nelle contrade, si costruirono le nuove scuole elementari, ma il paese ebbe poco sviluppo fino al termine della seconda guerra mondiale.

Anche Gargagnago ha pagato il suo tributo di giovani e uomini caduti in guerra, come testimoniano i nomi incisi sul monumento ai caduti eretto nei pressi delle scuole elementari.

Negli ultimi 60 anni Gargagnago ha conosciuto, gradualmente, un notevole incremento edilizio e, fino a una decina di anni fa, anche un discreto sviluppo industriale, che dava lavoro a molti operari residenti a Gargagnago.

Gargagnago continua nella sua espansione edilizia, con continuo arrivo di nuovi residenti ed è animato da molte associazioni presenti sul territorio, che si occupano di promozione e attività ricreative, sportive, culturali, sociali e tanto altro ancora.